L’Abbazia Benedettina di Santa Maria, tra le più antiche testimonianze del monachesimo in Basilicata, risale all’VIII secolo e sorge sull’antica città osco-sannitica, poi romana, di Bantia. Fondata nel 798 d.C. sui resti della città romana, rappresenta un simbolo di Banzi e dell’eredità dell’antico municipium, che Tito Livio e Acrone collocano in Apulia, mentre Plinio in Lucania. Situata nel Saltus Bantinus, fu un centro religioso, economico e culturale di rilievo evocato da Orazio e legato a storie di briganti.
L’abbazia raggiunse il massimo splendore sotto i Normanni, che ne ampliarono i territori. Nel 1089, papa Urbano II, su invito dell’abate Ursone e dei principi normanni, consacrò la chiesa e aprì la Porta Santa, rendendola una delle strutture più prestigiose del periodo. Le Memorie del monastero bantino di Domenico Pannelli descrivono le condizioni del complesso nel XVIII secolo. L’abbazia fu arricchita da bifore, archi ogivali e portali, che testimoniano il prospero periodo medievale, interrotto dalle incursioni del re longobardo Ludovico nel XIV secolo, prima di passare ai Prelati Secolari e agli Agostiniani nel XV secolo.
Nel XVII secolo, l’abate Carlo Barberini promosse restauri e arricchì l’abbazia con nuovi arredi sacri. Dal 1666, i Francescani Minori Riformati presero in gestione il complesso, costruendo un nuovo convento e integrando materiali romanici per preservarne l’estetica. Dal 1688 furono edificati un nuovo convento e una chiesa in stile barocco rococò. L’attuale chiesa, a navata unica con volte a botte e quattro cappelle laterali, presenta sulla facciata un bassorilievo in pietra del 1331 raffigurante la Vergine in Trono con il committente.
All’interno si trovano opere di grande pregio, tra cui una statua lignea della Madonna col Bambino (XIII secolo), parte delle Sedes Sapientiae romaniche lucane, e un’icona lignea della Vergine bizantina. La chiesa custodisce, inoltre, un trono ligneo barocco, un manto in cartapesta del XVII secolo, due tele del XVIII secolo raffiguranti Santa Crescenza e San Modesto, e una statua di San Vito del XVII secolo.
Durante i restauri post-terremoto del 1980, sono state rinvenute tracce di un pavimento musivo altomedievale raffigurante un capro espiatorio con simboli degli evangelisti.









